Tra
il 1939 e il 1943 Elia Marcelli (Roma, 1915-1998) partecipa a
quattro campagne di guerra come sottotenente di complemento: Francia,
Jugoslavia, fronte greco-albanese e Russia. Durante queste campagne
si distingue sia per l'impegno militare, sia per una attività
volontaria di alfabetizzazione di numerosi soldati. Ferito e invalido
di guerra, è insignito della croce al merito di guerra
e decorato al valor militare.
Una
volta tornato in patria, Marcelli lavora per lasciare la testimonianza
della propria esperienza nella guerra di Russia (che costò
la vita a più di 200.000 italiani), e lo fa con lo strumento
che più gli sembra vicino a esprimere la verità:
il dialetto, il suo dialetto romano colloquiale e schietto, l'unico
strumento capace di raccontare fino in fondo l'immane tragedia
di quella vicenda. Così nasce il poema Li Romani in Russia,
che ricostruisce, con la forma tipica del genere epico, e cioè
le ottave classiche, la campagna di Russia, e che è considerato
dalla critica letteraria una delle opere più importanti
della letteratura in romanesco della seconda metà del Novecento.
Nel
poema la storia di Remo, Peppe, Mimmo, Sarvatore, Nicola, er Professore,
e soprattutto Giggi, l'amico fraterno della voce narrante, è
raccontata rispettando assolutamente la verità della storia,
alternando i registri stilistici, dal grottesco (la parata iniziale)
al lirico, dal narrativo al tragico, e facendo rimanere il racconto
costantemente sul livello d'una immediata leggibilità.
Ne viene fuori un quadro straordinario di verità, dove
il freddo e la fame, la paura e l'angoscia, la volontà
di fuga e la scelta di rimanere fermi nel rispetto del proprio
dovere e nella solidarietà fra commilitoni sono verità
che si evidenziano dai nudi fatti.
Noi
seguiremo questa tragica epopea, dall'inizio alla fine, attraverso
cinque momenti: l'adunata alla caserma romana della Cecchignola
e il viaggio (dal 25 giugno alla fine di luglio del 1941); l'attraversamento
delle nazioni balcaniche e della steppa russa (agosto-settembre);
la battaglia sul fiume Dnjepr (ottobre); le battaglie, il gelo
del "feroce" inverno 1941/42; la conclusione della tragedia,
dall'avanzata degli eserciti italiano e tedesco sulla steppa del
Don (estate del '42), alla controffensiva dell'esercito russo,
alla battaglia di Arbusow, fino alla ritirata degli eserciti italiano
e tedesco (gennaio 1942).